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| Vi racconto il Trofeo Alasport... |
Vanni Loriga vanniloriga2003@libero.it |
1990 -Sono passati oramai vent’anni da quando vinceva Francesco Panetta
Venti anni fa, esattamente il 20 febbraio 1990, per la prima volta partecipava al Cross di Alà, giunto alla XVII edizione, Francesco Panetta, campione del mondo in carica dei 3000 siepi . Da allora nessun altro italiano si è affermato nella grande gara sarda. Rievochiamo quel giorno e quei tempi con una intervista a colui che fu soprannominato “Il ragazzo di Calabria”. Come dimostra la fotografia che accompagna questo scritto (scattata a Formia nel 1987) non è la prima volta che abbiamo occasione di intrattenerci con Panetta: mi auguro, naturalmente, che non sia neanche l’ultima… Panetta ha appena compiuto 47 anni, essendo nato a Siderno il 10 gennaio 1963. Attualmente vive e lavora a Milano, responsabile del settore Vendite della Timex, la grande industria statunitense di orologi nata nel 1854 nella Naugatuck Valley, in Connecticut, che vende nel mondo 28 milioni di pezzi. Nel 1900 lanciò il modello Yankee che costava 1 dollaro: praticamente tutti gli americani lo possedevano. Anche il Presidente Obama porta al polso un Timex, il cui modello più noto fra gli sportivi è l’Ironman Triathlon. Per riassumere la carriera atletica di Panetta ci affidiamo ai ricordi e raccontiamo insieme quale sia stato il suo rapporto con lo sport. - La prima volta che ti ho visto gareggiare avevi meno di 16 anni. Era l’ottobre del 1978, disputavi il Gran Premio del Mezzofondo (una gara organizzata dal Corriere dello Sport, giornale sul quale scrivevo soprattutto di atletica) arrivando terzo alle spalle di Antiga e di Stefano Mei. Pochi giorni prima Venanzio Ortis aveva vinto i Campionati Europei di Praga. Allora la nostra atletica era ricca di talenti… - Sono lieto che tu abbia nominato Ortis: fu lui per tanti anni il mio punto di riferimento. Naturalmente non lo era solo per me. Della mia classe erano Mei, Sabia e Materazzi, Antibo aveva un anno più di me, Carosi e Lambruschini erano poco più giovani. ( Questo per fermarci al mezzofondo: nelle altre specialità suoi coetanei, o quasi, erano Tilli, Pavoni, Simionato, Tozzi, Locci, Cosi, Benvenuti, Toso, Bertozzi, Biscarini, Sgrulletti, Arena: una bella infornata.) - Anche da junior hai sempre fatto la tua buona figura nelle corse campestri. - Ho partecipato a due edizioni dei Campionati Mondiali di categoria: fui nono nel 1981 a Madrid (ottavo Antibo e 23° Mei) e sesto nel 1982 a Roma (terzo Mei quando per la prima volta vinse un etiope). - Poi la tua carriera è stata improntata ad un progresso continuo. Debutto in azzurro nel 1982, campione italiano di cross dal 1987 al 1992, titoli tricolori nei 5000 (1988), nei 10.000 (1986), nei 3000 siepi (1985 e 1988). In campo internazionale ti sei tolto enormi soddisfazioni: nei 3000 siepi campione del mondo nel 1987; sempre sulle siepi un oro (1990) ed un argento (1987); argento anche nei 10.000 dei mondiali di Roma. Il tuo successo iridato a Roma fu ottenuto con il tempo di 8’08”57 che 23 anni dopo è ancora record italiano. Quale di queste gare ricordi con più piacere e quale ti ha dato le maggiori soddisfazioni? - Tutta la mia carriera di atleta mi ha dato enorme gioia. Sono riuscito a fare bene una cosa che mi interessava. Non voglio impegnarmi a stilare graduatorie in una attività che ho amato sempre, nei momenti di maggiore o minore fortuna. L’argento di Stoccarda 1986 fu frutto di entusiasmo ed anche di inesperienza; l’oro di Roma venne programmato con una determinazione feroce. Avevo tutto dentro di me: resistenza, velocità, decisione, capacità di ragionare con freddezza. Avevo in testa una tabella di passaggi giro per giro (e non era facile perché l’Olimpico ha la fossa all’esterno e tutto sembra falsato) che ho rispettato senza cedimenti. Le gare si vincono con le risorse che hai dentro di te e con la volontà e con il raziocinio che ti permette di sfruttarle. Se non hai tutte queste doti, durerai quanto la fiamma di un cerino. - Qualche ricordo in particolare? - Il successo agli Europei di Spalato. Non tanto per la vittoria, che doveva dimostrare più agli altri che a me stesso quanto valessi, ma soprattutto per quello che è successo in seguito. Lo sconfitto di quella gara, l’inglese Mark Rowland, anni dopo mi scrisse una lettera che mi ha dato felicità Mi disse che lui, insegnante in una scuola media, proiettava ai suoi allievi il filmato di quella finale e mi indicava come esempio da imitare, di uomo che punta alla vittoria e riesce a conquistarla. - Veniamo al tuo rapporto con Alà dei Sardi. - Sapevo di Alà da molto tempo ma inizialmente pensavo che si trattasse di qualcosa di folcloristico, di una specie di sagra di paese. Con il passare degli anni ho capito che la gara era diventata una sorta di campionato del mondo, più importante della Cinque Mulini. Nel 1979 mi allenavo a Fertilia (gli altri, d’inverno, andavano in Africa ma io ho sempre preferito la Sardegna) e mi recai ad Alà come spettatore. Fui conquistato dall’ambiente e quando l’anno successivo mi invitarono fui molto gratificato. Cosa mi piaceva e mi piace ancora di quell’ambiente? La gente, il suo amore per lo sport, l’ospitalità sincera, la passione che anima Antonello. Non si tratta di gente che insegue guadagni o ricompense: sono persone che hanno a cuore la corsa ed i suoi protagonisti. La notte prima delle gare dormii nell’albergo di Buddusò. Si chiama La Madonnina e quando la mattina mi svegliai il paese era immerso nella nebbia: “Vuoi vedere che è tutto un sogno e che sono ancora a Milano…” dissi svegliandomi… Invece spuntò il sole e corsi con la volontà di vincere, Non fu una gara facile, il percorso era misto, gli avversari di ottimo livello. Il motore di Bordin viaggiava ad altissimo numero di giri e nello stesso anno avrebbe vinto a Boston ed agli Europei, Kirochi era reduce da una grande prova nel campionato mondiale di Stavanger. Imposi l’andatura ed al sesto chilometro restai solo. Spinsi sino alla fine: non ho mai risparmiato l’impegno. Fu proprio in quella occasione che Bordin mi propose di trasferirmi alla PAF di Verona, società in cui ho militato per sei anni. La mia carriera, non tutti lo ricordano, è durata in azzurro sino al 1996, cioè per oltre 14 anni. Tornai ad Alà nel 1993 ed arrivai sesto, primo degli italiani, in quella che forse è stata la più grande campestre mai disputata in Italia. Davanti a me si piazzarono Bayesa, Skah, Gebreselassie, Chelimo e Bekila… - Allora la nostra atletica era molto ricca nel mezzofondo. Abbiamo accennato agli Europei di Stoccarda 1986: tu che eri un grandissimo sui 10.000 metri fosti costretto alla panchina, con il terzetto Mei, Cova, Antibo che andava a presidiare il podio. Anche la tua supremazia nazionale nei 3000 siepi ad un certo momento fu insidiata da Lambruschini, con Carosi che si faceva onore. Tutti ricordiamo che ai Campionati Europei di Helsinki del 1994 ti fermasti per aiutare proprio Lambruschini che era inciampato in una barriera. L’Italia in quella occasione vinse oro ed argento e tu continuasti sino alla fine, ottavo ma primo per fair play.. Come mai allora eravamo così forti ed ora non si vede la luce? Sono spariti i talenti? - No, anzi penso che potenzialmente ce ne siano ancora più di prima. Mancano invece gli uomini di “buona volontà” che vogliano dare tutto all’atletica. Parliamo dei miei tempi andati: il Presidente nazionale era Nebiolo che lavorava 24 ore su 24 con la passione di un innamorato; lo staff che lo circondava era instancabile ed avrà fatto anche qualcosa di disinvolto ma sempre per troppa passione. Nelle mie società, prima Pro Patria e poi PAF, avevo dei dirigenti che tutto hanno dato e nulla hanno preso dal mondo in cui agivano. E così, dal centro alla periferia, per arrivare sino a quella più decentrata, per approdare proprio nel centro della Sardegna. Personaggi come Antonello ed i suoi collaboratori sono sempre più rari. Diminuiscono loro, cala il valore dell’atletica. Si tratta di un processo inevitabile. Per questi motivi sono felice di ricordare insieme a te, insieme agli amici di Alà dei Sardi, insieme ai miei ricordi il periodo bello in cui tutti davamo il massimo. - Vanni Lòriga
"ALA' VOLA SEMPRE PIU' IN ALTO" DA VANNI LORIGA AD ANTONELLO BALTOLU “Alasport, Trofeo gara di corsa campestre, tra le più originali del calendario agonistico invernale dell’atletica. Viene istituita il 25 marzo 1973, in un piccolo centro della provincia di Olbia-Tempio, Alà dei Sardi, per iniziativa di Antonello Baltolu, sindaco della località. Da gara giovanile di corsa campestre, l’appuntamento crossistico diventa, gradualmente, prima manifestazione di livello nazionale, con affermazioni di G. Dorio, F.Fava, Margherita Gargano, V. Ortis, F. Panetta e Cristina Tomasini, poi di livello internazionale, ospitando nomi prestigiosi come i campioni olimpici K.Bekele, B; Malinowski, J. Ngugi, Khalid Skah ed i primatisti del mondo Arturo Barrios, Salah Hissou, Tegla Loroupe, P. Tergat. Interrotta dal 2005 al 2007 per difficoltà finanziarie, nel 2008 è stata nuovamente inserita nel calendario agonistico internazionale ed ha visto l’affermazione di Tariku Bekele”.
Per capire cosa sia la corsa ascoltiamo i grandi Poeti
di Vanni Lòriga
Piano, piano; passo dopo passo siamo arrivati a festeggiare la trentaduesima edizione del Cross di Alà dei Sardi. E per l’ennesima volta mi accingo a presentare la manifestazione. Lo faccio con piacere, anche se sono in tanti a chiedermi se non mi sia ancora stancato di parlare di atletica. Ovviamente, no. Voglio anzi sottolineare che non soltanto non sono sazio di seguire gli eventi atletici (che peraltro vivo con attenzione e partecipazione esattamente dal 14 settembre 1940, giorno in cui fui condotto con i mei compagni di scuola ad assistere allo Stadio Benito Mussolini in Torino, poi Stadio Comunale, all’ìncontro di atletica Italia – Germania) ma che ho sempre desiderio di scoprire sensazioni e fatti nuovi legati allo sport. Confesso che certe volte fermo la macchina ed accosto al marciapiede per vedere in azione dei giocatori di bocce; che riesco a restare incollato ore ed ore alla televisione per seguire interminabili tappe del Giro d’Italia o del Tour de France; che nel luogo del mio attuale lavoro ( sono addetto stampa della federazione lotta, judo, karate, arti marziali) lascio spesso la scrivania del mio ufficio per trasferirmi nelle attigue palestre dove si allenano alcuni dei più bravi atleti del mondo. Lo faccio perché ogni volta vedo gesti nuovi ed imparo altre cose su una attività umana che mi affascina, quella forma di alta cultura che si chiama sport e che postula impegno fisico e mentale; che richiede scelte tattiche e strategiche frutto del pensiero; che costringe a dare il massimo di noi stessi. Mi sento quasi smarrito, quando scopro che non sono in grado di indovinare cosa si nasconda nei pensieri di chi fa sport: mi piacerebbe leggere nell’intimo dell’atleta, percepire le sue motivazioni ed intuire le sue certezze e le sue insicurezze. Nulla riesco ad indovinare. Ci vorrebbe sicuramente un poeta! Per questo motivo il giorno 20 ottobre di alcuni anni fa ho raccolto i miei pensieri e le mie domande e mi sono trasferito a Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei 500 dove si celebrava il novantesimo genetliaco di Mario Luzi. Perché sono andato da lui? Perché è il Poeta che più di altri ha parlato di sport, entrando dentro il personaggio e interpretando ciò che lo circonda. E non ho lesinato le mie forze (narra nella poesia La Valle nella serie “Dal Fondo delle Campagne”) mi sono spinto sotto il cielo acquoso chilometri e chilometri, ma visto non ho visto che pochi alberi, pochi tralci, grevi, le foglie rilasciate, prossimi alla rapina che li aspetta. Per ore ed ore di cammino varie ed eguali dove niente reca segno d’amore di possesso di quel che resta resta come votato ad un saccheggio o come pronto ad una migrazione verso altra vita o verso il nulla, a lampi, a squarci, ho riveduto i grandi e gretti saldi, asciugati dal sudore, corsi da grinza a grinza fino alla mandibola da baleni di astuzia, rifinirsi sul loro, porre gli occhi sull’altrui, azzuffarsi per una zolla o un cespo.
Si tratta certo di una allegoria della vita: ma la vita stessa non è il camminare, non è il correre attraverso una campagna, una landa, un territorio che reca le testimonianze della presenza umana? O meglio ancora, come sosteneva Devide Le Breton (Il Mondo a piedi), camminare o correre significa aprirsi al mondo. Senza dimenticare che la specie umana ha “inizio con i piedi”, anche se la maggior parte dei nostri contemporanei se lo scorda, pensando di discendere direttamente dall’automobile se non dal motorino… Ebbi modo di parlare con Mario Luzi, gli chiesi se avesse praticato sport e con serena nostalgia rammentò i tempi giovanili quando, studente a Siena, correva i 400 metri per la gloriosa Mens Sana. Per concludere il nostro dialogo sulle entità segrete dello sport mi confermò che la vera molla per andare sempre avanti, per arrivare ai novanta anni, magari litigando con tutti o almeno con molti, è il non desistere mai dal lavoro intrapreso. Ricordando soprattutto quanto scrisse mezzo secolo prima, “nell’imminenza dei quarant’anni…” …e detto questo posso incamminarmi spedito tra l’eterna compresenza del tutto nella vita ed nella morte, sparire nella polvere o nel fuoco se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
Nell’imminenza dei quarant’anni ( ed a questo traguardo non si sta forse avvicinando la corsa di Alà?) la cosa veramente importante è proprio verificare che il fuoco duri oltre la fiamma. Questa è la verità che ci ricorda il Poeta, la bella favola che vedo sempre reiterarsi nei territori di Alà dei Sardi: e così ho la conferma che faccio bene a non stancarmi mai di assistere al miracolo atletico che ogni volta si rinnova. Esso e’ il frutto della passione di tanti uomini e di tante donne, che sopravvivono con il loro fuoco alla fiamma che talora langue… E con loro voglio partecipare alla continua lotta, a quell’eterna sfida che ci vede “avversi sempre e concordi”, proprio come canta il Poeta, un ragazzo di novanta anni. Gli anni sono scivolati leggeri alle sue spalle e verifico che anche tutti noi siamo protesi verso lontani traguardi, trovando nei ricordi delle antiche corse i segni del fluire del tempo. Nell’albo d’oro della nostra gara ci fermiamo proprio alle prime pagine, quelle di una trentina di anni fa. E fra i nomi dei protagonisti spicca quello di Franco Arese. Ora è il Presidente della Federazione di Atletica Leggera: anche lui di strada ne ha fatta, e non solo metaforicamente. Proprio il 9 marzo del 1975, in occasione del Campionato Italiano di corsa campestre disputato nell’ippodromo romano di Tor di Quinto, venne “ingaggiato” per il cross alaese da Antonello Baltolu. Sempre lui, che s’era assicurato anche la presenza di Fava, Cindolo, Zarcone e Tommasini e che per la prima volta era stato intervistato da giornalisti continentali, primo fra tutti quel Salvatore Massara che ci ha lasciato subito dopo i Giochi di Atene e che sempre ha amato il Trofeo Alasport. Anche a lui è dedicata questa trentaduesima edizione della nostra gara, che ha avuto ed avrà infiniti ammiratori. Ne parleremo ancora in futuro.
…e la storia continua !
In campo atletico Alà dei Sardi non è soltanto il Trofeo Alasport: è anche molto altro. E’ notevole il lavoro che quotidianamente Antonello Baltolu svolge quando va “all’allenamento”, sul piccolo altipiano di San Francesco con i suoi ragazzi e le sue ragazze. Ha ottenuto risultati eccezionali e tutti ricordano la storia dei primi successi nei Giochi della Gioventù. Partiamo, tanto per muoverci con il piede giusto, dalla Finale Nazionale di corsa campestre svoltasi a Latina nel 1980: nella categoria ragazzi vinse Antonello Cocco. Fu una bellissima edizione dei Giochi: per gli ignari vala la pena di sottolineare come nella categoria allievi si affermò Angelo Carosi e fra gli juniores Stefano Mei, con Francesco Panetta terzo e Salvatore Antibo sesto. Aveva quasi ragione Antonello Baltolu quando dichiarò all’allora Presidente Gianni Gola che l’abolizione dei Giochi della Gioventù avrebbe portato alla morte dell’Atletica! Ho scritto “quasi” perché fortunatamente sono rimasti ancora alcuni appassionati animatori… Per cui torniamo al punto di partenza. Abbiamo parlato di Antonello Cocco ( figlio di Anna Mastinu e di Pasquale, entrambi da Silanus e fra i più preziosi collaboratori nell’organizzatori dell’evento), le cui sorelle Sara e Rossana salirono anche loro sul podio nazionale dei GdG. Buon sangue non mente: adesso c’è Alice Cocco, classe 1995, figlia di Antonello e di Monica Marras, che va fortissimo in campestre. E poi c’è il dotatissimo Salvatore Pinna (sempre classe 1995) figlio del talentuoso Aurelio e fra i più maturi il marciatore Alberto Contu (classe 1986), figlio di Pinuccio e di Candida Scanu, anche lei finalista ai Giochi della Gioventù. Alberto è fra i migliori marciatori giovani italiani ( ha già vinto 2 titoli italiani di categoria) e culla un sogno importante da realizzare. Il seme sparso a piene mani dà i suoi frutti. La storia atletica di Alà dei Sardi continua…
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